Forse a volte scatta qualcosa nella testa delle brave persone.
Qualcosa di malvagio e antico come il mondo, una furia distruttrice che brucia dentro come un desiderio proibito.
Vendetta, la chiamano.
Ansia di una catarsi agognata come un bicchiere di acqua fresca nel deserto, rivincita violenta contro chi ti ha portato via tutto senza che l’ombra di uno scrupolo gli balenasse tra lo stomaco e l’intestino.
Dust bowl dance, brano tratto dal primo lavoro dei Mumford and Sons, Sigh no more, sembra partire dove finisce The ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen, nel racconto disperato di chi ha perso tutto, derubato del futuro, della speranza e degli affetti.
Sono strani, questi quattro ragazzotti inglesi. Già il fatto di essere sudditi della regina li fa particolari, con quel look campagnolo cool che fa tanto H&M, solo con vestiti che non si rovinano in un amen.
Poi cantano a cappella, ci danno dentro con il banjo, non risparmiano la batteria, giocano con il pianoforte e non disdegnano qualche sana chitarra. Diosanto, sono così hipster che danno quasi fastidio. Ma sono bravi sul serio, e hanno nella voce del frontman Markus Mumford un interprete ruffiano quanto basta e grintoso a dovere, con un timbro che ti resta appiccicato alla fronte.
Sembrano più figli delle stelle e strisce, che non della Union Jack, ma la cosa figa della musica è che puoi anche essere di Begato e sembrare del Nebraska, se hai il talento necessario.
Comunque, la danza della tempesta di sabbia riporta in effetti alla mente le visioni del Capo di Freehold, ma se Bruce si faceva cantore della nuova depressione ormai alle porte con una disarmante disillusione, i Mumford scardinano il cancello d’oro che separa diseredati e uomini d’affari, nella storia di un ragazzo costretto ad abbandonare la propria terra.
Probabilmente pesa il periodo storico. Bruce dipinge il suo Tom nel 1995, i prodromi dell’inferno ci sono tutti, ma siamo ancora lontani dagli effetti devastanti della crisi economica del 2008, che tra una spintarella liberista e un po’ di sana austerity del mio regale cazzo ancora ci tiriamo dietro.
Sigh no more esce nel 2009, e siamo già nelle sabbie mobili dei sacrifici da compiere per il bene comune, come fosse colpa tua, e intanto falli, poi vediamo se son serviti sul serio.
Normale che l’approccio sia diverso, a partire dalle parole stesse.
La rabbia comanda ogni singola sillaba, mentre è facile immaginare il protagonista al cospetto di un tribunale, i vestiti cenciosi del vagabondo e una storia di giustizia da raccontare.
Perché se ti portano via tutto, forse l’unica soluzione che pensi possa esserci è quella di almeno fargliela pagare.
Il pianoforte apre il brano, prima che un banjo che sa di sconfitta entri dopo le prime parole di Markus, nei ricordi di un uomo fuggito di casa a 16 anni, dopo che la crisi gli ha rubato tutto, anche il padre, probabilmente morto per la situazione che si è venuta a creare.
E’ una sorta di empia preghiera, quella del protagonista, che con l’incedere della canzone cresce ed esonda, mentre una chitarra distorta in sottofondo sbraga accordi come fossero colpi di accetta o frinate di falce, un preghiera che al tempo stesso è anche una promessa a sé stesso, fatta per sopravvivere, per credere di avere ancora un obiettivo.
Verrà un tempo in cui ti guarderò negli occhi, pregherai il Dio che hai sempre rinnegato. Poi tornerò fuori e prenderò la mia pistola, dirò non mi hai mai incontrato, sono solo il figlio”.
Come se ad armarlo, a guidare la sua voglia di giustizia, fosse il ricordo del male subito dal padre, in un passaggio di una poeticità evocativa che stordisce.
Il combattivo canto rauco di Mumford diventa più vivo che mai, sotto le stangate di una batteria sempre più potente.
Sigilla il mio cuore e frena il mio orgoglio, non ho un posto dove stare né uno dove nascondermi, allinea il mio cuore, il mio corpo la mia mente, per affrontare quello che ho fatto e stare al fresco”.
E il senso in fondo è tutto qui.
Forse a volte scatta qualcosa nella testa delle brave persone.
La mia generazione, ma probabilmente anche quella prima, e sicuramente tutte quelle dopo, sono cresciute con due idee base.
La prima è che basta darsi da fare per raggiungere i propri scopi.
Un’idea di merda, che nel tempo si è evoluta in illusione bella e buona, al punto da lasciare disorientati.
Darsi da fare non serve a un cazzo, quando le disuguaglianze sociali si amplificano giorno dopo giorno, e gli stati sono sempre più gestiti come fossero criminalità organizzata legale, in nome della realpolitik.
Darsi da fare è la menzogna finale a cui siamo tutti soggetti, dimenticando il vero punto centrale di tutto quello che abbiamo, l’unica sicurezza su cui possiamo poggiare i nostri santi piedi sporchi.
Ci vuole un gran culo.
Perché quando viene a mancare lo stato sociale, quando l’idea stessa di uguaglianza tra le persone è appaltata al mercato, dimenticando (forse scientemente) che le logiche di mercato sono a prescindere illogiche e dispari, non esiste più alcun merito da riconoscere, né da arrogarsi.
C’è solo da sperare in bene, e implorare il tuo Dio, il tuo Destino, la tua Fortuna che non ti portino via la salute, il lavoro, la casa.
E poi c’è l’altra idea base con la quale siamo cresciuti.
Così va il mondo.
E finché non scatterà qualcosa nella testa delle brave persone, sarà sicuramente così.

TESTO E TRADUZIONE