Il rock, in fondo, non è nient’altro che una roba di emozionì. E a volte gran casino.
Le vibrazioni che un pezzo comunica vanno spesso oltre alla semplice somma della musica e delle parole, come fossero comandate da regole diverse rispetto a quelle fisiche standard.
Credo che sia perché se parli di rock parli quasi sicuramente anche di sudore, indole, anima, e l’anima qui devi giocartela ad ogni costo, che se non la fai vedere chi ti ascolta se ne accorge, presto ti sgama, e ci fai pure la figura dello stronzo.
Puoi metterla sul tavolo come fa l’artista che studia e si migliora giorno dopo giorno, mettendo le conoscenze al servizio della creatività (mai il contrario), oppure come il cantante che esplode la sua inevitabile carica di carisma ed energia in un live infuocato, o ancora come il compositore alla ricerca del messaggio che gli brucia dentro come una ferita aperta. Puoi sputarla sul palco come grido di ribellione, o stringerla in un abbraccio, seduto su una sedia con la chitarra acustica tra le dita. Mostrarla come si mostra il proprio petto, o solo raccontarla come uno che la conosce bene.
Mi piace pensare che quelli che ce l’hanno fatta sul serio, oltre a talento ed una buona dose di culo, abbiano avuto dalla loro anche questa credibilità.
Ecco perché “Non siamo arroganti. Pensiamo semplicemente di essere la miglior band del mondo” non è una sganassata. Noel e Liam Gallagher secondo me ci credevano davvero.
E alla fine è poco importante che lo siano stati o meno, la miglior band, soprattutto quando il 5% della popolazione della Gran Bretagna, circa due milioni e mezzo di persone, nell’agosto del 1996 si sarebbe tagliata un orecchio per partecipare ad almeno una delle due date che gli Oasis tennero a Knebworth Park. Solo 250 mila di loro ci riuscirono, in quell’occasione, ma probabilmente quell’estate la band di Manchester capì che poteva sul serio sedere al tavolo dei grandi, almeno per un po’.
Ma è poco importante anche perché ormai lo sappiamo che nel rock si può anche bruciare in fretta, ma l’importante è fare una gran luce.
E soprattutto è poco importante perché quando la prima traccia del tuo album di esordio si chiama Rock ‘n’ roll star, e già nei primi 29 secondi del brano ti vien voglia di prendere in mano una mazza da baseball e iniziare a girare su te stesso, sempre più veloce, devastando qualsiasi cosa ti capiti a tiro, con un’energia che non sai bene da dove esca, finché la forza centrifuga ti strappa la mazza di mano, beh.
Forse hai fatto centro.
Non c’è nulla di complicato, nei primi Oasis. La batteria viaggia in un quattro quarti così standard che ci puoi sincronizzare gli orologi, i volumi degli amplificatori sono così alti che anche uno o due maroni verrebbero coperti dalla potenza del suono, la voce di Liam ha un timbro peculiare, ma non inaffrontabile, e Noel alla chitarra non esagera nei virtuosismi, pur essendo probabilmente uno dei chitarristi a tutto tondo più dotati della sua generazione.
E’ questa la cosa straordinaria, questo essere semplici, e allo stesso tempo eccessivi.
E in fondo è il rock stesso ad essere semplice ed eccessivo, fin dalla sua nascita, quando ha rubato la scena a chi di musica viveva fino a quel momento.
Poche settimane fa sono andato a sentir parlare Franz Di Cioccio, leader della PFM. Diceva che prima del rock essere musicisti voleva ancora dire essere laureati in musica, con una scuola alle spalle che era considerata alla stregua di un dottorato in qualche materia umanistica, e il cui approdo naturale potevano essere certe orchestre sinfoniche. Poi, di colpo, giovanotti coi capelli lunghi come loro hanno iniziato a prendere in mano strumenti un po’ alla cazzo, regalando a chiunque il sogno di poter fare lo stesso.
Nella mia mente i mei sogni sono reali
Stanotte sono una star del rock and roll
E una band come gli Oasis è lì a dirci che questo è possibile. Come altri prima di loro, come ogni gruppo rock che si sveglia alla mattina e tra una birra, uno scazzo e una battuta, imbraccia gli strumenti e ci crede, almeno per un po’.
Ma anche se in una di quelle salette con i contenitori di uova alle pareti non ci sei mai entrato, è impossibile non farsi catturare dalla carica positiva di un pezzo del genere, e, perché no?, dal senso di rivincita della classe operaia che sbraga e da un giorno all’altro assurge all’olimpo, come questi cazzari figli di proletari mancuniani, così lontani eppure così vicini ai Baronetti che trent’anni prima stavano qualche chilometro più in là.
Non vi sta bene come sono io
Guardatevi, siete tutti nelle mie mani, stanotte
Funziona come il Prozac. E’ una pera in vena di Cipralex. E’ un pallet di Zarelis.
Sì, lo ammetto, ho cercato su Google i nomi di qualche antidepressivo per esagerare.
Ma è questa roba qui, che esagera, senza neanche effetti collaterali. E non va dimenticato mai, questo potere del rock.
Il potere di farci tornare ragazzi, quando si saltava come grilli appena partiva una chitarra, con l’energia capace di scorrere dall’inguine fino alla punta dei piedi e poi di nuovo su, fino alla ghiandola pineale, che mentre ascolti Liam che ripete che è solo rock and roll ci credi davvero che sia la sede dell’anima.
E poco importa che oggi lo facciamo tra le mura domestiche o in macchina, approfittando di un attimo di solitudine per non vergognarci troppo.
A volte quell’urlo è meglio farlo sfogare, e Liam e Noel, con la loro faccia da cazzo in bella mostra, sembra che siano nati per farcelo fare al meglio.

TESTO E TRADUZIONE