Certe canzoni hanno un impatto tale alla loro uscita da diventare delle icone.
Altre, poche in realtà, quell’impatto lo elevano ad una potenza tale che il potere immaginifico che evocano li fa entrare a pieno diritto nelle opere artistiche, non solo musicali, più importanti della storia.
Nel 1979 i Pink Floyd hanno alle spalle già parecchi pezzi iconici, essendo stati di fatto tra i dominatori della decade che va concludendosi, ma è nel disco The Wall che si materializza l’autentica opera d’arte.
The Wall non è un semplice album, quanto piuttosto una sacra scrittura del rock. Un concept-album, un’opera rock colossale, immaginata nei testi da Roger Waters come rappresentazione del muro che contrappone l’artista e il pubblico, attraverso la parabola di Pink, rockstar alter-ego dello stesso Waters, ma che si sposa alla perfezione con un sentimento più generale di alienazione dal mondo, diventando l’emblema di tutti i muri che vengono costruiti per paura o ignoranza dentro sé stessi, che hanno come logica conseguenza lo sviluppo di una apatia emozionale nei confronti di tutto quello che non siamo noi.
Un disco che già all’uscita si poneva al di fuori del tempo e dello spazio, slegato dai generi musicali, un unicum che diventa massima espressione e compendio di secoli di musica, e che a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita non ha perso un briciolo del suo potere e che anzi vede ogni volta arricchita la propria epopea nei comportamenti umani di ogni epoca, che ne permettono chiavi di lettura sempre diverse e comunque attuali.
Al suo interno, Comfortably Numb valica i confini del capolavoro, in un connubio tra musica, liriche, opera visiva ed interpretazione così impeccabile da diventare glorificazione della mente umana e delle proprie capacità.
Sul testo di Roger si inseriscono con una perfezione che ha del divino le musiche di David Gilmour, tanto da generare una fusione tale da rendere indistinguibile la paternità di una meraviglia del genere.
Pink-Gilmour ha un malore nel suo camerino e viene risvegliato dal medico-Waters con un’iniezione, al solo scopo di poter partecipare allo show.
La forza delle parole trova come complice ideale la costruzione musicale, dove le strofe affidate a Waters si appoggiano ad una base scarna ed insensibile, e nei ritornelli cantati da Gilmour il pezzo si apre, sognante, nei ricordi di quando Pink era bambino.
Il dialogo tra Pink e il medico si svolge mentre il protagonista, sedato e confuso, vede immagini della sua infanzia, confuse con altri ricordi e visioni provocate dai sedativi.
Ma forse il medico e Pink non sono altro che due facce della stessa medaglia, nella lotta continua che ogni persona deve affrontare con i propri doveri da adulto, tenendo a bada la parte emozionale, bambina, di sé stesso.
Forse la chiave è tutta nel primo ritornello. Accompagnato da violini dolci come un pomeriggio d’estate, come tua madre in cucina che canta una canzone alla radio, Gilmour risponde alla sua parte adulta, così pragmatica nel cercare il punto dove si prova dolore.
Ma come spieghi il dolore, se il dolore non c’è?
Come spieghi che si tratta di un’altra cosa, che non è tutto riconducibile a qualcosa di fisico? Che a volte la malinconia ti prende così, e la tristezza pure.
Non riesco a spiegartelo, non riusciresti a capire, questo non sono io.
Ma la parte razionale non molla la presa, il mondo deve andare avanti, ci sono tanti impegni e non è possibile perdersi in ricordi e ineffabili sensazioni. Ok, solo una punturina.
Che con quella ti rimetti in piedi, e poco male se avrai un po’ di nausea, sono effetti collaterali che abbiamo tutti, è lo scotto da pagare per essere attivi, reattivi, pronti e sociali, capisci, Pink? Lo spettacolo deve proseguire, devi rimetterti in piedi.
Non è così per tutti, in fondo?
Il lavoro, le relazioni sociali, le risate forzate, le battute scontate, le pacche sulle spalle.
E ancora la macchina, la casa, i vestiti, gli specchi, le convenzioni.
Obblighi, impegni, doveri.
Una vita incasellata minuto dopo minuto, spesa a ripetere meccanicamente le proprie abitudini indotte dalla società, e quell’essenza ancestrale, colta per un attimo, da bambino, con la coda dell’occhio, sfiorata appena e già svanita.
Come appena svegliato da un sogno, incapace a trattenere la sensazione che svanisce nel tempo che passa tra un respiro che va ed uno che viene, senza più riuscire a capirla.
Il sogno svanisce, come il bambino che eravamo è cresciuto, e tutto quello che siamo ora non è che pallida imitazione, volgare rappresentazione esterna del nostro io profondo e scomparso.
Insensibili credendo di stare bene. Ammaestrati, sedati, drogati, mansueti, rispetto al tumulto che avrebbe potuto essere e non sarà mai. Docili anche nel nostro non esserlo, che ogni comportamento è in fondo già decodificato dalla società, e tutto quello che non riesci ad esprimere è come se non esistesse nemmeno.
Perché certe cose non sono tangibili, e se non lo sono spiegarle a parole diventa impossibile.
E forse la musica, tutta la musica esiste per questo, e la sua somma, il suo prodotto finale, il suo apice definitivo ed immortale è in quella chitarra di Gilmour, che valica i confini del razionale, diventa mondo parallelo, viaggio interstellare, energia fondante dell’universo, senza che null’altro esista per spiegarlo, se non sdraiarsi, chiudere gli occhi, accogliere ogni singola nota di Dio, atavica e potente manifestazione di quel rapido movimento colto un giorno, tanti anni fa, quando per un solo istante abbiamo capito tutto, prima che il significato dell’intera vita umana ci sfuggisse per sempre.

TESTO E TRADUZIONE