Avere l’argento vivo addosso è un modo di dire piuttosto comune.
Significa non riuscire a stare fermi, essere in continuo movimento, fisico o mentale che sia.
In pratica, l’argento vivo è il mercurio dei vecchi termometri, che, se te ne cadeva uno e si rompeva, col cazzo che riuscivi a tirare su la piccola pallina tipo blob. Per ogni tentativo di raccoglierla con una presa, lei riusciva a sfuggire, quasi fosse impossibile da agguantare.
Anche Eric Clapton, per molti anni, è stato difficile da prendere, schivando le etichette, fossero quelle del mercato discografico o quelle dove essere incasellato come musicista di genere.
Dagli Yardbirds, ai Bluesbreakers, dai Cream ai Blind Faith, il nome di Eric si fa prepotentemente strada nel mondo del rock di metà anni ’60, con un talento così puro e una così vasta capacità di piegare l’umore della melodia al suo volere da essere soprannominato God, Dio.
Mica ho detto stocazzo.
Pare fu per una scritta trovata nella Tube di Londra, stazione di Islington, che diceva letteralmente “Clapton is God”, anche se lo stesso Eric anni dopo, togliendo quella patina romantica alla storia, mise in dubbio la spontaneità della scritta, affermando che forse si trattò di una trovata pubblicitaria. Tanto per dire che la merda che ora nasiamo viene da molto lontano, altro che bei tempi andati tutti poesia e amore per l’arte.
Comunque, per Eric le collaborazioni si accumulano, e l’ansia di avere sempre nuovi stimoli senza dover restare imbrigliato nella routine di una sola band spingono l’irrequieto inglese a progetti sempre nuovi.
Argento vivo.
Nel 1970 è la volta dell’ennesimo supergruppo, Derek and the Dominos. E’ che dopo un po’ senti il nome di un’altra band, ma non capisci a modo cosa voglia dire.
Carl Radle al basso, Bobby Whitlock alle tastiere, Jim Gordon alla batteria e naturalmente Slowhand alla chitarra.
Derek and the Dominos vuol dire loro.
Loro, più Duane Allman, a duettare con Clapton, modellando con la sua tecnica slide le dune spigolose del blues volutamente sporco di Eric.
Ma Derek and the Dominos vuol dire soprattutto la prima, incendiaria versione di Layla, uno dei brani più iconici della storia del rock, con il suo riff indimenticabile, le sovraincisioni tra Duane ed Eric e il cantato di Clapton all’altezza della potenza del pezzo.
Molti anni dopo, Clapton realizzerà una seconda versione acustica del pezzo, ma il vigore sanguigno e malinconico della prima versione resta inarrivabile.
Layla in realtà è Pattie Boyd, di cui Eric pare fosse perdutamente innamorato, senza essere corrisposto.
Il fatto che la ragazza fosse la moglie del Beatle George Harrison, peraltro amico intimo di Eric Clapton, non fa che aggiungere pepe ad una situazione già di suo al limite, tra l’abuso di alcol e droghe assortite.
Brucia di urgenza e desiderio, Layla, come ogni amore non corrisposto che carbonizza le vene e chiude la bocca dello stomaco.
Duane ed Eric si rincorrono in un’estasi chitarristica che ha pochi pari, e il caratteristico bending di Slowhand esce arricchito dal connubio con Allman, con un suono che sembra davvero un violento grido di impotenza per un amore che sfiora l’ossessione, mentre l’impeccabile base ritmica spalanca le porte ai desideri più oscuri.
Ma c’è qualcosa di profondamente inquieto nell’interpretazione di questo pezzo da parte di Clapton, non solo nell’esecuzione strumentale, ma anche nel cantato, che diventa la miglior interpretazione vocale del chitarrista, come fosse posseduto da un demone.
E forse è proprio così, forse l’amore non corrisposto è un demone che mangia sanità mentale ed equilibrio, tanto da trasformarsi in qualcosa di insano e malato, come la ricerca di un’altra bottiglia, di un’ultima siringa, come fosse manifestazione emotiva della dipendenza in cui diventa facile scivolare.
Nonostante tutto, però, probabilmente il pezzo rimarrebbe confinato nei brani di alto livello del rock, senza entrare nella sala dell’eternità, se non fosse per quello che succede in coda.
Sono da poco passati tre minuti di canzone, tre minuti tirati come una corda che sta per spezzarsi, agitati come una notte insonne di cattivi pensieri.
Jim Gordon, abbiamo visto, fa il batterista. Un signor batterista. Ma si diletta di pianoforte, che la musica non è mai abbastanza, e quando Clapton lo sente suonare una meravigliosa melodia, lo convince ad inserirla dopo questo bombardamento di tre minuti.
Il risultato è, semplicemente, strepitoso.
Fossimo in un film, quando parte il pianoforte il protagonista innamorato, dopo una lunga corsa per raggiungerla, vedrebbe la sua amata tra le braccia dell’antagonista.
Una straziante presa di coscienza si sostituisce alla martellante ansia di congiungersi con l’oggetto dei propri desideri.
Quasi quattro minuti di coda musicale, dove le chitarre piangono la propria sconfitta, ripercorrendo tutte le tappe di questa storia, l’amicizia con George Harrison, il desiderio proibito di Pattie, l’ineluttabilità del destino bastardo, la razionale consapevolezza del proprio egoismo nella brama di una relazione così sbagliata, contrapposta alle illogiche, irragionevoli, istintive ragioni del cuore.
Fossimo in un film, Eric si allontanerebbe, camminando a testa bassa verso la macchina da presa, le mani in tasca e le spalle curve, sfocato rispetto alla coppia alle sue spalle.
E proprio pochi secondi prima della fine, lei guarderebbe verso di lui.
Perché tanti anni dopo, nel 1979, Eric Slowhand God Clapton, quella donna lì, Pattie, la sposerà.

TESTO E TRADUZIONE