L’altro giorno stavo ascoltando Last Kiss dei Pearl Jam, e pensavo che mi sarebbe piaciuto dire qualcosa a riguardo – Last Kiss è un pezzone, eh, lacrime facili e rischio stonatura elevatissimo – ma che forse sarebbe stato corretto parlare anche della versione originale di Wayne Cochran, anziché solamente della cover eseguita da Eddie e compagni.
Il fatto che uno dei pezzi più famosi della band di Seattle sia in realtà una cover – riarrangiata, svecchiata, interpretata da dio finché si vuole, ma pur sempre una cover – mi ha fatto pensare a quanti grandi artisti si siano avventurati nella sottile arte della reinterpretazione di brani editi da altri musicisti.
Così, vuoi perché i pensieri scorrono bene quando l’asfalto è nuovo, vuoi perché gli stimoli a volte sembrano fatti apposta per essere assecondati, ho pensato sarebbe potuto essere divertente buttare lì 7 cover 7.
Non sono le migliori, forse, e ne mancano interi pallet, ma a questo giro sono uscite fuori quasi di getto, perché mi hanno emozionato in passato e tutt’ora mi emozionano tanto quanto – se non più – degli originali.

NINE INCH NAILS – DEAD SOUL (Joy Division cover)
Ci voleva il talento di Trent Reznor, per prendere un pezzo dei Joy Division, lato B di un altro pezzone come Atmosphere, e trasformarlo in un concentrato di ansia, rabbia e oscurità, forse ancora più dell’originale. Inserita nella colonna sonora de Il Corvo, questa versione è un filo più lenta dell’originale, e sfrutta appieno il potenziale distruttivo del brano, con un finale in crescendo da brividi, da corse sui palazzi sotto la pioggia, da adrenalina che nemmeno scorre, solo si sedimenta nelle arterie, vittime designate di un pogo interiore difficile da dimenticare, prima che il finale lasci stremati e ansimanti.
Per cullare pensieri cattivi, e credere di avere una vendetta da compiere.

 

METALLICA – TURN THE PAGE (Bob Seger cover)
Bob Seger nel 1973 pubblica questo brano, e sarà che la versione cover l’avrò ascoltata un migliaio di volte, ma si sente già nell’originale l’indole fortemente rock del pezzo. 25 anni dopo, i Metallica ne fanno il singolo di lancio dell’album Garage Inc., e il risultato è strepitoso. La tromba viene sostituita dallo slide di Hammet, e la forza della band sembra venire amplificata dall’aderenza totale al tempo del pezzo originale, mantenendone la pesantezza, ma acuendola in modo straordinario con la voce di Hetfield, e con un tappeto sonoro nero come il cielo di una notte senza luna.
Per credere nelle proprie battaglie, fare il pieno di grinta, stirarsi i muscoli e ripartire.

 

JOE STRUMMER – REDEMPTION SONG (Bob Marley cover)
Forse l’importanza, la bellezza e il potere emozionale di un pezzo è determinato dalla quantità di versioni coverizzate che gli altri artisti ne fanno.
In questo senso – ma in realtà anche secondo ogni altro tipo di angolazione possibile – Redemption Song è probabilmente uno dei pezzi più belli della storia della musica. Tra tutte le versioni – e sono davvero tante – quella di Joe Strummer ha una forza che non so spiegare, che forse risiede nella sua voce grintosa, forse nella fisarmonica che straccia il cuore a metà.
Un capolavoro che si evolve in un altro capolavoro, un pezzo che andrebbe ascoltato ogni giorno, pensando a Bob, che la scrisse già malato di tumore, quasi fosse un atto di estrema resilenza, e pensando a Joe, che a sua volta la interpretò prima di morire improvvisamente, come a rinnovare l’eredità del rock di protesta.
Per liberare la propria mente, come diceva Bob, e per sentirsi felici e commossi, almeno per 3 minuti e rotti.

 

JOHNNY CASH – HURT (Nine Inch Nails cover)
I NIN che abbiamo trovato come interpreti di un pezzo dei Joy Division vengono a loro volta coverizzati nel 2002 da Johhny Cash, uno dei padri della musica americana, uno degli artisti più influenti di sempre, che poco prima di morire, nel 2003, reinterpreta un meraviglioso pezzo del 1994, Hurt.
Ecco la cosa veramente figa della musica. E forse anche della vita stessa.
L’interpretazione che diamo agli stimoli esterni è sempre profondamente intrecciata con il nostro vissuto. Quello che era un brano di fortissimo disagio generazionale, inquietante e distopico nello sviluppo sonoro, interpretato con disillusione e rabbia, nella versione di Cash si trasforma nel testamento di un uomo che al limite della propria esistenza fa i conti con i propri errori e, soprattutto, con i propri rimpianti, e io non so davvero se Johnny si sentisse addosso questa malinconia per quello che non è stato mai, ma a sentirlo diresti proprio di sì, e fa scorrere dei brividi su ogni centimetro di pelle.
Per ricordarsi i propri errori, masticare bene i propri rimpianti, e rendersi conto che non mai è troppo tardi per perdonarsi.

 

SID VICIOUS – MY WAY (Frank Sinatra cover)
Il livello di conoscenza musicale di Sid Vicious era più o meno paragonabile al mio talento nel cucinare le melanzane alla parmigiana, ma nonostante questo l’inglese ci ha lasciato in eredità almeno due biglietti vincenti della lotteria.
Pare, infatti, che l’invenzione del pogo sia roba sua, e già questo sarebbe un bel risultato.
Ma il tossico per eccellenza del punk in un modo e nell’altro ci ha omaggiato anche di una sconvolgente versione di My Way, che dire Frank Sinatra fa sempre un certo effetto, e il pezzo originale resta un diamante grosso come uno svincolo.
Sid in quattro minuti prende per il culo il mondo intero, stonando, berciando, violentando un brano iconico, variandone il testo, prima di prendere a pistolettate una platea ingioiellata.
Eppure il brano ha un tiro che non si dimentica, e se sei dell’umore giusto mentre lo guardi, ridi anche come un cretino.
Per non prendersi troppo sul serio, che a quello già ci pensa la stronzetta che inizia per V.

 

JIMI HENDRIX – ALL ALONG THE WATCHTOWER (Bob Dylan cover)
Uno dei pochi casi di brani dove la cover è quasi universalmente riconosciuta superiore all’originale, tanto che anche il canuto geniaccio Bob, nel suo Neverending Tour, non batte ciglio e la propone nella versione del formidabile Jimi, in una specie di cover della cover del proprio brano originale che la dice lunga sul rispetto verso uno dei musicisti più fenomenali della storia. E’ diventata così rara la versione originale che anche per YouTube è praticamente introvabile. Recuperatela su vinile, è la soluzione migliore.
Una chitarra che non ha eguali, una voce giocoforza sottovalutata – che con un tocco del genere alla chitarra anche la voce del padreterno sarebbe in secondo piano – soprattutto un groove irresistibile, che supera di gran lunga l’impostazione originale del brano, e il racconto enigmatico – forse biblico, forse apocalittico, forse allegorico – di Dylan che diventa allucinazione perversa e magica.
Per tornare alle radici del rock, rimpiangere quel ragazzone riccioluto, e pensare che gli eroi son tutti giovani e belli.

 

AFTERHOURS – MIO FRATELLO E’ FIGLIO UNICO (Rino Gaetano cover)
Quando Manuel Agnelli e soci decidono di iniziare a cantare in italiano, dopo tre opere interamente in inglese, lo fanno per la prima volta con una particolare reinterpretazione di questo capolavoro di Rino Gaetano.
Dietro all’ironia e al nonsense, in parecchi episodi le composizioni del cantautore calabrese nascondevano una profonda critica sociale. Non fa eccezione questo brano, uno dei più espliciti nella denuncia di una massificazione che rende figlio unico chiunque sia non allineato. Un’interpretazione mostruosa, un talento immenso. Rino scomparso troppo presto, altro eroe giovane e bello.
Gli Afterhours prendono la canzone, la destrutturano per poi ricostruirla, quasi tagliassero le lettere da un quotidiano per incollarle a comporre un messaggio da rapitori, per poi affrontare con furia musicalmente iconoclasta l’impostazione sonora dell’originale. Ne esce un capolavoro, e forse Rino l’avrebbe amata.
Per combattere, sempre, per farlo con le parole, per farlo con la musica.