L’altro giorno parlavo con un amico degli album che abbiamo amato di più nella nostra vita. Sono usciti tanti dischi, tante band fantastiche, ma sia io che lui abbiamo dimenticato per qualche minuto una delle opere fondamentali del rock, perlomeno se sei stato giovane negli anni ’90, Mellon Collie and the infinite sadness.
Il senso di colpa per non averlo nominato nei primi 5 album più ascoltati di sempre, sebbene lo fosse per tutti e due, mi ha spronato a tirarlo fuori dalle secche della memoria, e per l’ennesima volta ne sono rimasto esterrefatto e rapito, tanto da decidere di parlarne di nuovo, attraverso quel capolavoro di Thru the eyes of ruby.
Che racchiude in sé un po’ tutte le anime dell’album, e ha uno sviluppo talmente variegato da non distinguere la malinconia dalla rabbia, né il pessimismo dalla potente carica vitale del rock.
Il piano in ingresso sembra un piccolo tunnel da percorrere a carponi, quasi al buio, il giro di chitarra che gli si aggiunge è come una luce che si fa più forte mentre avanzi, tanto da sapere che alla fine del cunicolo ti troverai in una stanza più grande. Te lo dice l’incedere crescente della batteria.
Poi quella stanza si apre davanti a te, e resti comunque senza fiato, perché più che una stanza pare un salone, e forse più che un salone è qualcosa tipo un oceano; di emozioni, di potenza pura, un muro sonoro impressionante che eleva da subito il brano al livello capolavoro.
Ma è quando entra la voce di Corgan che l’ipnosi diventa definitiva, dopo essere stati cullati da una composizione sonora che pare proprio di trovarsi sott’acqua, i sensi confusi e le comunicazioni impossibili, in una unità di intenti tra senso della musica e significato delle parole che solo successivamente capisci esistere.
Roba da chiudere baracca e burattini, che se si sapeva bastasse una canzone per definire anni di pensieri, irrequietezza, e paura di crescere, avresti risparmiato tutta quella psicanalisi da birra media.
Avvolgimi con i sempre, e trascinami con le incertezze
La tua innocenza è un tesoro, la tua innocenza è morte
La tua innocenza è tutto quello che ho
Respirando sott’acqua, e vivendo sotto vetro
Crescere è già di suo una bella merda, con tutte quelle file interminabili di farò, sarò, quando toccherà a me sarà diverso, eccetera, che poi una volta che ti fermi, guardi indietro e fai i conti con te stesso e quello che credevi avresti dovuto diventare, ti accorgi che di così diverso c’è solo il fatto che i pantaloni a volte vanno stretti e a vita bassa, a volte larghi a zampa d’elefante e a volte, speriamo mai più, con quelle patte lunghe mezzo metro che per chiudere la cerniera se sei maschio rischi spesso il birillo.
Ma niente ti impone sul serio di crescere come una relazione seria, quando le contraddizioni e i timori si amplificano nella mente come se in essa fosse contenuto il padre di tutti i tesseract, a svilupparsi in tre, quattro, otto, cento dimensioni diverse, tutte in contrasto tra di loro. Indeciso come un pendolo tra il diventare sul serio adulto o lasciarti ghermire ancora un po’ da quella leggerezza d’animo che ha sempre vent’anni.
Non ricordo chi lo ha detto, ma diventi in qualche modo responsabile di una persona che ti dice ti amo. Come fossi il custode del suo segreto più intimo, il tutore della sua anima. E’ forse il potere più grande che esiste nell’universo.
Dio, o chi per esso, deve sentirsi un po’ così quando si sveglia, dopo un buon caffè, ma forse anche a lui capitano quei giovedì sera dove la paura di una forza così potente lo sovrasta. La responsabilità di un sentimento è un fardello che non sempre si è disposti ad affrontare, e a volte, a notte fonda, nei sogni più proibiti, quel pensiero si fa strada come un tarlo malefico. Quello che ti dice di scomparire, che la superficialità non sarà divina, però vuoi mettere sentirsi così lieve?
Ma non è mai troppo semplice, e quel piccolo sussurro di sollievo porta con sé un dubbio gigantesco, che se anche potessi rinunciare a questo pesante sacco gonfio di amore e responsabilità e impegno e emozioni, potresti anche scoprire che la tua adolescenza è comunque svanita, e che le cose migliori arrivano soltanto prendendo atto dei sacrifici che sono necessari per averle. E per quella roba lì, per quel sentirsi onnipotente e svitato e con le ginocchia di latte, a volte non basta nemmeno crederci, che la fede quando la paura atrofizza i tuoi pensieri serve come un bidet in una sala d’attesa.
Il pezzo oscilla tra atmosfere sognanti e pesanti accelerazioni sature della strepitosa batteria di Chamberlin, mentre Billy attraversa lo spazio e il tempo passando dalla dolcezza alla grinta, assecondato dal suo timbro vocale riconoscibile tra altri mille.
E sull’ennesimo cambio di ritmo la band strapazza gli ampli, nell’incessante dicotomia tra un anello da prendere così sul serio da diventare simbolo della vita e al tempo stesso della morte, che forse nessuno è davvero onesto fino in fondo in quel momento, che se lo fosse e pensasse al reale influsso di quel gesto l’anima ne uscirebbe così poderosa da assurgere a qualcosa di troppo ignoto, troppo spaventoso perché possa essere affrontato con spavalderia.
Vien quasi voglia di tornare in quella sorta di cunicolo iniziale, quasi fosse una metafora del grembo materno, in attesa di qualcosa che forse non accadrà mai, ma che proprio per questo non terrorizza come questo gigantesco salone che ha i contorni di quella cosa chiamata vita. La musica asseconda questo pensiero assurdo, prima che un’altra esplosione ti proietti di nuovo al centro del campo da gioco.
La tua forza è la mia debolezza, la tua debolezza è il mio odio
Il mio amore per te non può spiegare perché
Siamo sempre bloccati, sempre bellissimi
Sempre persi in noi stessi
D’arcy, Iha e Chamberlin invitano Billy a prendere di nuovo la scena, e la voce di Corgan sembra un coltello coperto di sale, che taglia e brucia, lacera e frigge.
Ma è esattamente a questo punto che il pezzo esce dal disco, quasi fosse dotato di vita propria, infilandosi come un candelotto di dinamite nel punto dove finisce il cranio, prima che inizi la colonna vertebrale.
Jimmy cavalca come uno di quei banditi che assaltavano i treni, mentre il suono di chitarre e basso manda in mille pezzi quei vetri altrimenti detti occhi.
La miccia si accorcia sempre di più, e, come un sospiro, un pensiero folle e vitale si fa strada nella mente, crescendo vigoroso come un’onda.
La notte è arrivata per mantenerci giovani
Poi la miccia arriva al suo traguardo, e Thru the eyes of ruby esplode definitivamente nel cervello, mentre Billy scardina i dubbi nell’unico modo possibile, che se la forza immensa che può sviluppare l’amore può essere controllata, forse è possibile solo senza pensarci troppo.
La notte è arrivata, e l’unico modo per mantenersi giovani e vivi allo stesso tempo è abbandonarsi del tutto a questo potere, che se guardi a modo in quel grande salone, là in fondo, sulla sinistra, c’è un piccolo cancello, e passato quello, forse, scopri che c’è un letto, dove essere per sempre dissennati e un po’ simili a Dio.
E l’epilogo musicale non potrebbe essere più dolce, mentre vi prendete per mano, diretti dove tutto torna semplice, dove quella responsabilità di amare ed essere amati smette di essere pesante ed è solo quello che deve essere.
Gioco e risate e complicità e vita.

TESTO E TRADUZIONE