Certe band le scopri per merito delle colonne sonore.
Il connubio tra cinema e musica è antico come il culto dei morti, e alcuni artisti con le loro musiche originali hanno completato e perfezionato il lavoro dei registi. Per mio gusto personale, impossibile a riguardo non citare Ennio Morricone, Angelo Badalamenti e Hans Zimmer.
Negli ultimi anni, però, soprattutto nelle serie TV, la tendenza è diventata quella di attingere dallo sconfinato mondo delle canzoni per sottolineare determinati passaggi.
In alcuni casi, i risultati sono stati sensazionali.
Ad esempio, Adam raised a Cain, che apre l’ultima puntata di Sons of Anarchy è devastante nella combo tra immagini e musica, la cover dei Sepultura di Angel dei Massive Attack pare essere nata per stare esattamente in quella scena di The Following, lo sguardo di Barney fuori da un locale che guarda quello che poteva essere e non sarà è più assassino di quanto sarebbe senza le note di Stones dei Barbarossa, una delle scene più strazianti della serie Romanzo Criminale assurge a capolavoro con il sottofondo di Atmosphere dei Joy Division.
In altre occasioni, invece, la colonna sonora permette di scoprire qualche artista che non conosci.
E’ in questo modo, proprio durante una puntata di How i met your mother, che ho conosciuto i The Decemberists.
Ricordo questa scena dove Ted, sul finire dell’episodio, torna verso il suo banco da architetto sulle note di un seducente arpeggio di chitarra. Quel pezzo, Here i dreamt i was an architect, è stato come un cavallo di Troia insinuato nelle mie sinapsi, finché è diventato necessario approfondire la conoscenza con questi figli dell’Oregon e con il loro indie folk rock a tratti strampalato, talvolta ironico e brioso.
Colin Meloy, con i suoi testi folkloristici, surreali e malinconici e la sua voce nasale e bizzarra, è l’artefice principale della band americana, ma al suo fianco si muovono con notevole affidabilità e agio Chris Funk alle chitarre, Nate Query al basso, John Moen alla batteria e Jenny Conlee a dominare tutto lo scibile strumentale che abbia una tastiera, dal classico piano alle tastiere, dalla fisarmonica all’organo.
Nel primo album del 2002, oltre il pezzo contenuto nella colonna sonora della serie, c’è Grace Cathedral Hill, che parla con rassegnazione di una morte annunciata, e che trasmette quella sensazione di accettazione dell’inevitabile ancora prima che partano le parole, cullati nel caldo abbraccio musicale che il gruppo domina con maestria, fino alla soffice sensazione di delicata sofferenza che solo uno strumento come l’organo sa donare.
La Grace Cathedral è appoggiata che sembra per caso nel quartiere di Nob Hill, San Francisco, silenziosa tra i chiacchieroni, arcaica tra i moderni, e introduce il pezzo, con quel rito da 25 cents espresso in candele che si consumano troppo in fretta, ironica parabola dell’esistenza che si è spenta al tuo fianco.
Sul filo dei ricordi, ripercorri quello strambo pomeriggio con la tua compagna, nel primo giorno dell’anno, quando le cose forse erano già iniziate ad andare in merda, ma sarà che la memoria gioca brutti scherzi e ammanta il passato con fogge di colori che non avevi nemmeno idea esistessero, sarà che non è per forza che se le cose vanno in merda si debba finire a sputi in faccia, il ricordo che hai di quel giorno è di pura tenerezza.
La capacità compositiva di Meloy è sublime, tanto da trascinarti in poche frasi sulle strade di San Francisco, coinvolgendo ognuno dei cinque sensi.
Ecco che l’improvvisa fame è una scusa più che buona per una passeggiata verso il molo di Hyde Street, alla ricerca di un saporito hot-dog, mentre la luce continua a scemare e il tramonto taglia a metà l’anima e la strada. Se chiudi gli occhi sembra quasi di sentire sotto le scarpe l’asfalto, con una mano puoi quasi toccare una parete di mattoni rossi, e la puzza di pesce e birra sai già che ti farà compagnia per chissà quanto tempo a venire, riportandoti esattamente in quel punto, come solo gli odori sanno fare, proprio mentre una tromba spezza i rumori del traffico intonando l’inno nazionale.
E’ una descrizione così accurata che entrare a farne parte è un automatismo naturale, come quei baci che vengono spontanei e sono trattenuti solo a stento, per garbo e buona creanza, quando ti capita di incontrare di nuovo un vecchio amore.
E oggi, che forse di tempo ne è passato, da quel giorno, oggi che è un altro capodanno, anniversario di quel pomeriggio così solito e così unico, oggi sei qui di nuovo, ad accendere un altro cero, che i riti vivono di loro stessi e fanno star bene solo se ripetuti, che tanto che tutto questo non serva ad un cazzo lo sappiamo, ma in fondo un po’ ci credi che lei possa vederti, sentirti, sorriderti.
Anche ora.
Ricordi i suoi occhi di quel giorno, luminosi e pieni di lacrime, che l’affetto sceglie sempre momenti come questo, di quasi fine, di semi addio, per farsi vedere del tutto, ad alimentare rimpianti e bestemmie, e all’improvviso, mentre turisti e pellegrini scattano foto e comprano cianfrusaglia cristiana per garantirsi una supposta salvezza dell’anima, torni al presente.
Una fitta spezza a metà l’intestino, manco fossi bipolare, e se da una parte pensi – cinico stratagemma per salvarti la mente – che alla fine non vi siete mai appartenuti sul serio, dall’altra è come se ti esplodesse una granata nel petto, perché se il mondo potrebbe avere nostalgia di te, figurati io, cazzo.
Ma forse la morte non è vuoto assoluto, assenza totale, completa mancanza.
Mica si accendono candele al nulla.
Forse la morte è come un giro su una moto, una sera in città, ad affrontare i saliscendi senza casco.
Forse è la risata da cuore in gola per l’alta velocità, è il vuoto nello stomaco del salto di quel dosso.
Forse la morte, forse il suicidio, sono quelle luci che accecano i tuoi occhi, e certo che una lacrima ci scappa sempre, ma forse è colpa di quei raggi rifrangenti e bastardi, forse invece è per il vento in faccia.
Sia come sia, sia dove sia, speri che ora lei stia meglio.
Lo speri davvero.

TESTO E TRADUZIONE