Era il 1994, forse il ’95.
Nelle librerie, esplose il caso letterario di Enrico Brizzi e del suo Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Una maestosa storia d’amore rock, mi pare recitasse la tagline. Un romanzo del genere, in un periodo del genere, era una lettura obbligata per tardo-adolescenti incazzosi e un po’ sfigati, e io non facevo ovviamente eccezione.
Fu attraverso quel libro che sentii parlare per la prima volta di John Frusciante.
John era un chitarrista che si era innamorato dei primi Red Hot Chili Peppers dopo averli sentiti suonare ad un concerto, e quando Hillel Slovak morì per overdose fu scelto per sostituirlo. Come se la tipa che guardavi di nascosto nei corridoi della scuola un giorno venisse lì, un sorriso bello come il sole, a chiederti di uscire. Roba da paradiso, levati, proprio. Ma nel 1992 John, dopo il successo planetario di Blood Sugar Sex Magik lascia quell’eden del tutto ipotetico. Troppa pressione, si disse. Lo show-business mastica e sputa bocconi grossi come macigni e Frusciante fu uno di questi, tra problemi di droga e aspettative da mantenere ad ogni costo. Il titolo del romanzo, con il nome alterato per evitare eventuali problemi legali, poneva l’accento proprio su questa scelta apparentemente illogica, tracciando un parallelo tra la vicenda del chitarrista e il concetto più ampio di insofferenza alle convenzioni sociali che impongono un allineamento alla massa, ai suoi comportamenti e ai suoi standard.
Anche se non sapevo il nome del chitarrista, i Red Hot Chili Peppers li conoscevo, merito soprattutto di Under the Bridge, e di una mia compagna di classe che sballava per il pezzo, e provate a darle torto.
Sia come sia, la vita andò avanti, come sempre, del resto.
Brizzi scrisse altri libri, io continuai a perdere i capelli e i Red Hot scelsero Dave Navarro, ex Jane’s Addiction – mica cazzi – per sostituire John. Ma l’alchimia di un gruppo, soprattutto uno particolare come i Red Hot nell’approccio e nella creazione musicale spesso affidata a lunghe jam session, non si inventa.. E’ un po’ come la chimica tra due che si piacciono. Mica lo sai perché è quella persona lì a farti diventare scemo, lo diventi e basta, e a volte la chimica è più forte di tutto, e le storie hanno una parvenza di lieto fine, almeno per un po’. A farne le spese è Navarro, e così, nel 1998, John Frusciante, fresco di disintossicazione, forse meno vulnerabile e più maturo, è pronto a rientrare nel gruppo, a sopportare gli eccessi della vita da rockstar, il carisma di Flea, persino il sarcasmo di Anthony Kiedis, che in fatto di personalità e ingombro del proprio ego deve essere un tipo mica facile. Ma forse è così per tutto, le cose migliori, quelle famose per cui vale la pena, sono anche quelle che spaventano e impegnano di più.
Sta di fatto che in quel periodo il suono dei Red Hot sta cambiando, e dal funk-rap-metal degli esordi si sta trasformando in una forma più convenzionale di rock alternativo. I tempi sono maturi per un capolavoro mainstream. I tempi sono maturi per Californication.
Il lancio del disco è affidato ad un brano che se da un lato non ha molto a che fare con la tradizione musicale della band californiana, dall’altro è senza alcun dubbio una delle canzoni più autobiografiche del gruppo.
Si chiama Scar tissue, e ci mette sette, otto secondi al massimo, a diventare una di quelle canzoni là, quelle che restano scolpite in eterno nell’anima.
Ogni suono, ogni parola, persino ogni fotogramma del – meraviglioso – video, raccontano il travagliato viaggio dei peperoncini, in una metafora che si fa arte, tanto che diventa difficile distinguere e scomporre le componenti del pezzo, che rende al meglio proprio se anche visto, quasi fosse un corto cinematografico con la miglior colonna sonora possibile.
L’arpeggio di chitarra introduce il cofano di una macchina un po’ scassata, ma che continua a viaggiare sotto un cielo finalmente sereno. Il video è un dettaglio continuo, e forse mai come in questo caso l’emozione di una canzone scorre anche negli occhi, in una manifestazione visiva che diventa parte integrante del brano stesso, fin dalla prima immagine di quella mano fasciata, ferita, forse ancora sanguinante. La mano di John, non a caso messo inizialmente alla guida dell’auto, quasi ad affermare una leadership sonora di cui gli altri componenti hanno dannatamente sentito la mancanza, tanto da essere anche loro immortalati ammaccati e doloranti, in un parallelo tra le loro vite private, tra divorzi, abusi di sostanze, depressione e la parabola dei Red Hot stessi. In sottofondo, roba che all’inizio non ci fai neanche caso tanto è tutto così sincronizzato, Anthony ha iniziato a cantare.
Cicatrici che vorrei tu avessi visto
Sarcastico signor “sotuttoio”
Eccole, le Scar tissue, le cicatrici. Lì in bella vista, che anche volendo nasconderle sarebbe difficile, e allora tanto vale accettarle e ripartire da quelle.
Con una sensibilità propria di chi conosce e ha conosciuto momenti bastardi, Kiedis sembra si metta nei panni del figliol prodigo Frusciante, quasi a scusarsi per non aver saputo interpretare il malessere del compagno ed amico. Ma sono tutti i Red Hot ad essere convalescenti, ad aver bisogno di un training autogeno che li rigeneri oltre che come artisti anche come esseri umani.
Le immagini evocate dal testo scorrono nel retrobottega della mente, fondendosi asimmetriche ma coerenti con quelle del video. Tratti di deserto tagliato in due dalla marcia serafica dell’auto si sovrappongono a ricordi e aspirazioni; pause di riflessione in una specie di discarica, liberandosi delle cose meno necessarie – meraviglioso il momento in cui Anthony rovescia sabbia da un contenitore, quasi stesse disperdendo le ceneri di un morto – si mescolano a tempi passati maligni, tra serate tossiche e perdita dell’innocenza.
E il mantra è sempre quello.
Con gli uccelli condividerò questa vista solitaria
Che dall’alto tutto sembra diverso, come se un’altra prospettiva donasse alle cose un significato differente, forse meno doloroso.
No, non è mai così semplice, certe cose non basta volere che si sistemino perché vadano davvero a posto, ma certi momenti sembrano fatti apposta per crederci un po’ di più. Che tanto lo sappiamo, la sconfitta, le ferite, la merda, sono sempre dietro l’angolo, ma proprio realizzare questo assunto permette forse di vivere sul serio i piccoli momenti di serenità come fossero eterni.
Scar tissue porta con sé un senso di rinascita che assume un valore incalcolabile proprio alla luce di questa consapevolezza, e trova compimento definitivo nello sguardo di Kiedis, durante il solo straziante e paradisiaco di John, che sarà pure un video, e loro avranno anche recitato – cazzo ne so – ma dentro quello sguardo c’è tutto.
Dolcezza. Caducità. Malinconia. Serenità.
Ferite. Finalmente rimarginate, almeno per un po’.

TESTO E TRADUZIONE