Cinquemila e rotte anime, più altri rimasugli nei borghi limitrofi.
E’ la conta degli abitanti del posto dove, per ora, vivo.
Ho passato la mia infanzia in questo piccolo buco di culo, in un condominio grande abbastanza da avere intorno altri ragazzi circa della mia età, e allo stesso tempo non così gigantesco da diventare impersonale.
Siamo cresciuti insieme, io e loro, almeno fino a che il richiamo della notte, delle ragazze e del sentirsi adulti ad ogni costo non ci ha allontanati. Che era inevitabile, ed ovviamente non c’è un colpevole, se non il tempo, ma a volte ci penso, alle serate estive a raccontarci storie di paura, ai pomeriggi di sole con un pallone tra i piedi o alle giornate invernali davanti ad un gioco di società.
Ci penso con piacere ed un briciolo di malinconia.
Lo dice anche il Re, che non si hanno più amici come quelli che hai a dodici anni.
Comunque, il legame con questi bambini che hanno inspiegabilmente deciso di crescere in qualche modo tiene botta, come se da un momento all’altro dovessimo farci trovare pronti per tornare in cortile a giocare alle Olimpiadi.
Tra di loro, il collante ed il motore per tutte le attività era un ragazzo di qualche anno più grande di me, con il quale le affinità sono sempre state notevoli, e che ancora oggi, se ci si incontra sulla strada adulta del poco tempo, rimane una compagnia acuta e stimolante.
Tant’è che passata la sbornia di quell’età magica, gli incontri tra di noi sono diventati certamente meno frequenti, ma non sono mai cessati del tutto, e ricordo che nel periodo che ormai vi sarete anche stancati di sentirmi raccontare – quegli anni novanta che a furia di parlarne iniziano a stare un po’ sul cazzo anche a me, figuriamoci a voi, però tant’è – di tanto in tanto mi passava un po’ di musica, in vinile o CD.
Io, onnivoro, copiavo ed assimilavo.
Uno di questi consigli fu Full moon, dirty hearts degli INXS, che resta ancora oggi uno dei miei dischi preferiti, nonostante lo stesso non sia considerato un album indimenticabile, a dimostrazione di come la musica abbia per ognuno una strada diversa, che si mischia indissolubilmente con le esperienze, il periodo, l’età.
Gli INXS erano una band australiana che durante gli anni ottanta aveva raggiunto l’apice del proprio successo fondendo in maniera brillante pop e rock a ritmi funky, strizzando l’occhio alla dance più fruibile. Need you tonight e Mystify, tanto per fare due esempi, sono ancora qui a dimostrare la loro bravura e classe.
Io, ignaro sedicenne, non avevo la minima idea di chi fossero, ed il primo approccio con loro fu proprio il CD prestato dal mio amico, intriso di sonorità cupe e potenti distorsioni, lontanissimo parente degli altri album della band.
Vero che eravamo nel 1993, e che il grunge aveva già piantato ben saldi i propri piedi sul palco del rock; bene o male, tutti ne erano stati influenzati. Altrettanto vero, però, che le immagini a diffusione globale delle guerre in Iraq e Jugoslavia non lasciavano indifferenti, e da più parti, quasi spontaneamente, la musica assunse contorni meno giocosi e più consapevoli, come se parte di quegli orrori potesse essere esorcizzata con il volume degli ampli al massimo.
Come già nel passato, di nuovo musica e società si influenzarono a vicenda, e ancora una volta, purtroppo l’ultima, il rock si fece veicolo di protesta e analisi del contesto storico, urlando da più parti il proprio dissenso.
The Gift, primo singolo estratto dall’album, fu uno di questi richiami, a tratti persino crudele nel visionario video, che arrivò addirittura ad essere censurato da MTV, per le immagini sovrapposte di nazisti, bombe che esplodono, presidenti-cespuglio che sorridono e televisioni che scoppiano. Un’apoteosi anni novanta, che venne giudicata troppo cruenta, forse troppo politica, per andare in rotazione sul canale musicale.
Come abrasioni profonde su una pelle vergine, chitarre pregne di distorsione sporcano l’aria sin dal primo secondo, senza introduzione, come a dimostrare che la merda quando arriva quasi mai ha l’accortezza di darti un appuntamento, solo entra e si propaga.
Beh, allora ok, ci abbiamo provato
All’improvviso, appena in tempo
Brucia di emergenza, The Gift.
E’ una zona di guerra che non lascia scampo nell’incedere marziale del ripetitivo basso che toglie l’aria, mentre nelle esplosioni di chitarre saturate sembra quasi di percepire fughe precipitose per andarsi a nascondere da un flagello imminente, alla ricerca di una pace, sociale o interiore, che dura lo spazio di un microsecondo. Lo stesso infinitesimo che separa la fine di una strofa dall’inizio del ritornello, cadenzato con il solito, ansiogeno, riff.
Stavo pensando che avevo l’impressione
Che il regalo che mi hai dato durerà per sempre
C’è chi in queste parole ha visto anche un richiamo all’altro grande demone degli anni novanta, quella pandemia peccaminosa che secondo alcuni sacchi di merda puniva soltanto i dissoluti, gli omosessuali, i tossici.
Ma che si parli di AIDS, di guerra o del radicato disagio di una generazione figlia di nessuno, la sensazione di trovarsi senza scampo, senza difese sotto un cielo spogliato di ogni velleità religiosa, cresce attimo dopo attimo. Non resta che aggrapparsi a sé stessi, abbassando la visiera dell’ipotetico elmetto rock ‘n’ roll per ripararsi ancora di più, cercando di costruirsi una corazza nera come una notte senza stelle.
Tutte queste cicatrici sono mie
Il frontman della band modula la sua portentosa voce tra grinta animale e acuti che sovrastano anche riff da sirena antiaerea.
Si chiama Michael Hutchence, è dotato di magnetismo naturale e talento profondo, è bello e dannato come solo in quell’epoca si poteva essere.
Lo troveranno morto, presumibilmente suicida vittima della depressione, il 22 novembre 1997.
Che a volte le corazze costruite non bastano mai, e la terapia del rock non è sufficiente a renderti immune da quello che ti mangia da dentro.

TESTO E TRADUZIONE