Perché poi ci son quelli che devi aspettare di avere la barba bianca per dire che in fondo ti son sempre piaciuti, che prima era un po’ complicato.
Nel 1999, a 22 anni, quando sei cresciuto a salame e rock, confessare che a te quel ragazzetto là piace è una presa di posizione che non sempre viene vista di buon occhio. Devi mettere in conto ti possano arrivare delle manate sulla schiena che riverberano fin nelle unghie dei piedi. E’ addirittura più giovane di te, fa il figo con la Vespa Special, e quando va bene si presenta con dei poppettini da fighette che fanno sballare le ragazze. Troppo rischioso. Abbozzi, eviti l’argomento, anche quando la radio al bar passa quella smielata che proprio non riesci a levarti dalla testa. Fingi un disprezzo che in realtà non provi, tanto che poi vieni tradito dall’alcolismo, e quando in discoteca si inizia a girare per i colli bolognesi tu salti manco fosse partita Killing in the name dei Rage. Ma si sa, sotto spirito tutto viene derubricato, e te puoi continuare con la tua bieca relazione clandestina.
Ma il laido segreto è sempre lì, nascosto sottocute come un microchip impiantato dal Dr. No.
Passano gli anni, nel 2005 ne hai quasi trenta. Hai sdoganato persino Luna di Gianni Togni, dio santo, e quando per radio senti che Baggio non gioca più, che Senna non corre più, ti senti quasi pronto per rivelare a tutti quello che hai sempre pensato, che Marmellata#25 è un pezzone, proprio, e che lui ci sa fare. Però tentenni e, alla fine, rinunci.
Vai a tanto così da dedicare ad una ragazza Le sei e ventisei, tre anni dopo. Poi la ascolti a modo e lasci perdere, però “se Dio sapesse di te sarebbe al tuo fianco” resta una frase della madonna.
Quando rientri da New York, una sera, senti per radio – come se fosse un caso ma un caso non è mai – La nuova stella di Broadway. Stai uscendo, ne hai da raccontare di quel viaggio, ma quando ti presenti al bar canticchi il ritornello come se non fossi stato a vedere Bruce al MetLife Stadium. Dalle tue parti, certe imprecazioni son dette con simpatia, ma un dio che geli in ingresso del locale può comunque avere il potere di smorzare ogni velleità di condivisione.
C’è poi la volta che a quella davvero importante dedichi E invece sei tu, che ancora lo pensi di tanto in tanto, e se fa un po’ male amen, si vede che è lo scotto da pagare per tutto il bene che c’è stato, e ricordare la sua reazione non sarà mai un dettaglio, e non farà mai male.
E infine arriva una sera di mezza primavera, quest’anno. Le casse del bar passano il suo ultimo pezzo, e tu ti sbilanci. Ma ti sbilanci duro, proprio, che ormai la barba è bianca abbastanza e non hai più paura di niente.
Nessuno vuole essere Robin è strepitosa, affermi con sicumera, e l’incantesimo è spezzato.
Per dire che Cesare Cremonini alla fine son quasi vent’anni che ce l’ho tra le balle, ed avevo proprio voglia di dirlo, che secondo me ha un talento impressionante, e con quel sorriso lì deve essere anche una brava persona.
E lo immagino con lo stesso sorriso, mentre in un post su Facebook spiega le sensazioni che lo hanno portato alla scrittura del testo, lasciando che la mente lo facesse volare fuori dalla finestra, “fino al portone di una donna perduta, davanti al rifiuto di una felicità ovvia, meritata e mai avvenuta”.
Mai capitato di cercare un espediente a caso per parlare ancora con la persona che ti è rimasta dentro? Quelle scuse di merda che se ci ripensi dopo un po’ ti senti così coglione che ti collassa lo stomaco, ma che sul momento ti son sembrate abbastanza plausibili da non farle mangiare la foglia.
Come no, e io sono un minipimer.
Come mai sono venuto stasera? Bella domanda…
Se ti dicessi che mi manca il tuo cane, mi crederesti?
Che in cucina ho tutto tranne che il sale, me lo daresti?
Lo stile di Cremonini è subito fortemente riconoscibile. L’utilizzo colloquiale delle frasi, la creazione di dialoghi realistici, la modulazione della voce che richiama la recitazione oltre che il cantato, ne fanno un autore ed artista a tutto tondo, aumentando esponenzialmente l’enfasi e la presa emozionale.
C’ho una spina in gola che mi fa male, fammi un’altra domanda
Che non riesco a parlare
Con uno spiccato potere immaginifico, Cesare proietta sé stesso in questa situazione iperbolica, ma d’altra parte mica è poco comune sentire quel morso dentro, quella sensazione di urgenza per una cosa che ti è sfuggita e che pensi potrebbe ancora essere recuperata. Oh, a volte capita eh. Ma a dar retta a quel ciclo continuo di giorno e notte che si alternano, non è che sia poi così frequente.
Ma inutile fare i finti saggi e nichilisti. Almeno una volta – ma se proprio hai un gran culo, solo una volta – è capitato anche a te di pensare una cosa del genere. “Mo’ vado là, e vedrai che sistemiamo tutto”. E poi magari lo fai davvero e ti ritrovi lì davanti… e non sai cosa dire.
Quel che vorrei dirti stasera è… non ha importanza
È solo che a guardarti negli occhi mi ci perdo
Quando il cielo è silenzioso mi nevica dentro
Panegirici. Parafrasi e metafore. Lunghi monologhi a cercare di spiegare, capire, analizzare. Richieste, esami di coscienza, sorrisi tirati, se va bene, e ricordi di carezze sfiorite.
Se giurassi di dormire con te e non toccarti,
Ma certo! Vuoi dormire col cane
Sa anche picchiare duro, Cesare, attraverso la metafora del dormire col cane come rifiuto cosciente al prendersi di nuovo il rischio di una relazione, con te o con chiunque altro, perentoria chiusura del portone emozionale per evitare le ferite, i graffi, il dolore di un rapporto umano.
E quanti inutili scemi, per strada o su Facebook, che si credono geni, ma parlano a caso
Mentre noi ci lasciamo di notte, piangiamo, e poi dormiamo coi cani
Fa sempre un po’ schifo, l’esistenza, quando finisce una storia. E’ come rientrare da una lunga vacanza, e trovare casa piena di polvere, con tanto lavoro da fare e nessuna voglia di farlo, e tutta una pletora di persone intorno che ti consigliano come dovresti pulire. Ognuno ha il proprio consiglio da darti, ognuno, con le migliori intenzioni, ti capisce senza capire un cazzo, e sa cosa stai passando pur non avendo la minima idea di cosa ti trovi ad affrontare, perché ogni persona vive questo particolare tipo di lutto a modo proprio.
E certo che è proprio strana la vita, ci somiglia
È una sala d’aspetto affollata e di provincia
C’è un bambino di fianco all’entrata che mi guarda e mi chiede perché
O forse no, forse la fine di una relazione è più come regredire di nuovo al momento in cui si spezza l’ingenuità bambina, quel momento in cui hai capito che non sarebbe stato sempre tutto allegro e bello e radioso. Ed ogni volta è sempre così, in fondo. Ricordi e amnesie, che ogni volta che inizia una storia, di quelle vere eh, mica pensi debba finire, ed è come se di colpo dimenticassi tutte le volte che la vita si è messa in mezzo col suo ghigno idiota, ed ogni volta rimani stronzo e bruciacchiato e stupito a chiederti perché.
E’ come se su quel portone, davanti alla curva del collo di lei che conosce così bene, Cesare dicesse qualcosa del genere, tutto insieme, tutto d’un fiato, mentre la musica cresce, emozionale, viva, che sarò sensibile io, ma mi si rizzano i peli manco fossi un balinese. Una serie di pensieri buttati lì, che se ti son venuti in mente quelli e non altri ci sarà un motivo.
Ma la verità di fondo fatica ad uscire, perché tu per primo non riesci a comprenderla fino in fondo.
Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli?
Tutti col numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori
Ti sei accorta anche tu, che in questo mondo di eroi
Nessuno vuole essere Robin
Robin è il re dei comprimari. Scientemente asservito a Batman. Ligio al proprio ruolo di subalterno.
Ecco, in fondo, cosa brucia dentro, dice Cesare, in quasi totale assenza di musica, come se la rassegnazione della scoperta avesse lasciato storditi. Nessuno vuole essere un personaggio secondario, a maggior ragione non nel proprio film personale di cui si sente protagonista indiscusso, e quando la fine di una relazione certifica il fallimento di questa idea, il collasso è ovvio. Quanto è dura ammettere di non essere l’attore principale nella vita di un’altra persona? Quanto pesa arrivare a pensare che a volte non lo sei nemmeno della tua?
Sai cosa? Meglio far finta di niente, non credi?
Sembri pensarla così anche tu Cesare, quando chiudi con la stessa frase di apertura, che a volte a pensar troppo vengon le rughe profonde come questo pezzo, che di canzoni straordinarie ne hai scritte a pacchi, ma la poesia e la sincerità che hai messo qui dentro forse non l’avevi mai raggiunta, e fa bene allo spirito, anche se fa un male cane.
E allora rewind.
Come mai sono venuto stasera? Bella domanda…
E start again. Sai mai che la prossima volta vada meglio.

TESTO

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