A volte i pezzi che partono con chitarra e voce regalano un po’ di serenità.
Forse è per quell’atmosfera da grigliata al fiume, che qualcuno con la chitarra dovrebbe sempre esserci, e se fa tanto cliché va bene uguale, che gli sguardi rilassati e complici alla luce del fuoco fanno bene. O forse è perché quelle canzoni sanno di birra fresca sotto una veranda in una sera di fine estate.
Ma in alcuni brani del genere la serenità è solo supposta, e quella birra in veranda ha un retrogusto amaro, ma quell’amaro cattivo, che sembra quasi scaduta, e l’aria si fa d’improvviso freddina, presagio di un autunno tutto da venire.
Mother è un po’ così, e forse non poteva essere altrimenti, conoscendo i Pink Floyd, conoscendo Roger Waters, e poi se ascolti a modo non inizia nemmeno con quella rassicurante combo di chitarrra e voce, e una parte di te in fondo percepisce da subito quanto sia lontana da essere una canzone così atarassica.
Mother è in “The Wall”, e già questo potrebbe farti nascere qualche dubbio sui suoi contenuti, perché a volte le cose non sono proprio come sembrano, e anche la bonaccia, se è dei Pink Floyd, in lontananza nasconde tempeste profonde in attesa di venire a galla.
Perché parte con un sospiro, che è quasi una sbuffata, di quelle dense di pensieri, come a cacciar via i fantasmi della mente, e Roger trasmette più emozioni con quello che presunti fenomeni cazzari da talent show nella loro intera discografia, ma questo forse è un altro discorso.
In ogni caso, dopo il sospiro, Roger decide che si può fare di meglio, e inizia a cantare, in questa sorta di dialogo tra un figlio timoroso e spaventato e una madre apparentemente amorevole, continuando la storia di Pink, il protagonista/alter-ego di tutto l’album.
Sganceranno la bomba, mamma? Pensi che questa canzone a loro piacerà? Proveranno a distruggere i miei sogni e le mie illusioni?
Le tue paure, quelle di tutti i giorni, la paura dell’ignoto, il rischio di morire persistente che, allora come oggi, rischia di fotterti il cervello, l’ansia di essere accettato e di non essere all’altezza delle aspettative degli altri, il timore che il mondo non ti permetterà di realizzare i tuoi sogni e le tue aspirazioni, ed ecco che quel respiro iniziale assume il suo pieno significato, di testa satura, di stanchezza perseverante per tutti i pensieri legati al futuro, fino alla domanda cardine.
Mamma, pensi che dovrei costruire un muro?
Un muro come un riparo, una barriera tra te e tutto quello che ancora non conosci, come soluzione alle difficoltà che sarai destinato ad incontrare.
La partita sembra giocarsi su due piani differenti ma complementari.
Da una parte le ansie di un ragazzo, dall’altra il disagio e le preoccupazioni di un intero popolo, e la risposta affidata ad una madre che svela in poche parole la sua duplice natura di singola figura protettiva al limite del morboso, e allo stesso tempo di apparato cognitivo a cui affidarsi e delegare la risoluzione dei problemi.
La voce di Gilmour/madre/struttura, risponde, accondiscendente e ipocrita.
Calmati, bambino mio, non piangere. C’è la mamma, ora.
Lei renderà i tuoi incubi reali e fomenterà le tue paure, affinché tu rimanga incastrato nella sua rete di sicurezza fasulla, incapace ad affrontare il mondo esterno e per questo sempre bisognoso del suo supporto e aiuto. Con lei non sarai mai in grado di volare, ma potrai sempre cantare, in una libertà condizionata che sa tanto di giusto compromesso tra la delega in bianco del tuo domani e la sicurezza di non dover crucciarti troppo delle cose della vita.
E, porco cazzo, certo che ti aiuterà a costruire il muro, che mai ti venga voglia di vedere cosa c’è fuori, e forse trovare quella minima autonomia di pensiero che probabilmente rende meno tranquilli e rilassati, ma più liberi, e proprio su questa affermazione la chitarra di Gilmour si apre in un assolo corto e lacerante, come una carezza confortevole solo nelle attese, che quando arriva a toccarti la guancia i calli nodosi di una mano avvezza alle botte li senti subito.
Non c’è un cazzo di pacato, in questo pezzo. E’ violento come la presa di coscienza di un tradimento, lascia un peso all’interno dello stomaco per ogni parola pronunciata, ha il sapore del sole visto dalle sbarre di una prigione.
Ma è già tempo di altre domande sgomente da parte di Roger/Pink, perché se il rapporto con il mondo esterno fa paura, è forse ancora più raggelante la possibilità di giocarsi ‘anima, lasciando esprimere le proprie emozioni fino a riscoprirsi nudo.
Ma la mamma ti terrà al sicuro anche da questa paura, ti sceglierà la vita che devi vivere, ti proteggerà da tutto quello che ritiene sbagliato per te, e io a questo punto penso sempre a Piper Laurie in Carrie, alla sua fede cieca e dittatoriale, che una mente libera spaventa gli ignoranti più delle bombe, e questo terrore riverbera nei tuoi anni a venire imprigionati in una gabbia d’oro. Ti controllerà, stanne certo. Vorrà sapere sempre dove sei e cosa fai.
E tu lascerai che lei lo faccia, che farsi scorrere addosso la vita, quella vera, fa paura e a volte fa un male d’inferno. Meglio il placido controllo della mamma totalitaria, poca differenza che si travesta da fanatismo religioso o vesta gli abiti liberal di una democrazia viscosa e compiaciuta.
E sono quasi 40 anni che questo pezzo si è manifestato al mondo, e sei ancora qui con le stesse domande, e le solite paure, ogni giorno più grandi, a foraggiare il potere di questo genitore dispotico e supponente, sempre pronto a dirti come devi comportarti e di cosa devi avere paura, in una strategia della tensione senza soluzione di continuità.
Con le emozioni ataviche sempre più atrofizzate, in cambio di quelle a buon mercato delle fobie collettive, con le risate che sanno di sangue rappreso e sogni di plastica a buon mercato, a tirar su barriere contro l’ignoto, addestrato giorno dopo giorno ad averne paura e a combatterlo, barattando curiosità e conoscenza con l’esistenza placida di un galletto da pollaio.
Che una volta costruito, un muro, che sia reale o solo dentro di te, è una merda di fatica tirarlo giù.
E andrà a finire che un giorno, guardando la minuscola porzione di cielo che ti puoi consentire, ti chiederai
Mamma, c’era bisogno che fosse così alto?

TESTO E TRADUZIONE